La De Monticelli, con un articolo-intervista su Micromega, torna alla ribalta contro la posizione dei vescovi italiani in fatto di testamento biologico.
Già una volta (qui) ho speso qualche parola sulle vicissitudini tra Mons. Betori e la Prof. De Monticelli, ma come ogni cosa che si protrae oltre la reciproca ed argomentata presa di posizione, la bagarre in oggetto è finita con il diventare l’impegnata giustificazione ad un discorso ampollosamente inconcludente.
La filosofia diventa un gran brutto mestiere nel momento in cui le parole iniziano a staccarsi dalla loro finalità: quella di voler dare evidenza ad una certezza.
Sforare in una discorsività puntigliosamente orgogliosa, dove la supremazia dell’io supera il disinteressato ricercare la verità, è il rischio che decide di correre colui che si confronta con posizioni opposte o, comunque, diverse dalle proprie.
Da un punto di vista stilistico, il nuovo intervento della De Monticelli risulta accattivante, intellettualmente vivace e piacevole alla lettura, ma è come se lasciasse intendere che oramai la resa dei conti con Betori è più diventata una questione personale che non di valore.
Tutto il rigoroso argomentare, quella explicatio terminorum, quell’incedere di chi ci crede davvero, finisce con il rimanere sterile ed autoreferenziale, perché incapace di disarcionare e contraddire l’interlocutore. Spiegare, approfondire e ampliare questo o quel significato terminologico, rimane un’opera di pia vanitosaggine culturale quando si è consapevoli di allontanarsi da ciò che l’obiezione ricevuta voleva mettere in evidenza.
Ad esempio è inutile battere sul principio di autodeterminazione come slogan di responsabilità personale, quando si sa benissimo che la Chiesa intende quella posizione filosofica non come una negazione della libertà d’arbitrio, ma come individualismo morale che tende ad assolutizzare la percezione soggettiva della realtà. Più saggio sarebbe stato applicare un affilatissimo Rasoio di Ockham, cestinando tutte quelle parti satellite del discorso, per andare a verificare se davvero l’oggettività morale proposta dai Vescovi abbia il diritto di divenire così invasiva da proibire ad una coscienziosa libertà d’arbitrio il suo stesso applicarsi, senza tanti arroccamenti concettuali e terminologici.
In altri termini si è trasformato quello che inizialmente era uno sdegno del cuore, in un pungente capriccio d’intelletto.
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