
Ci si chiedeva qualche mese fa, su questo blog, con quali energie sostituire i combustibili fossili in via di esaurimento per far girare macchine, utensili, impianti industriali e domestici; naturalmente, col minore rischio possibile per la salute, e con la maggiore efficacia al minor costo. Ed ecco la decisione del Governo, annunciata qualche giorno fa e destinata a far discutere: “di posare la prima pietra di nuove centrali (nucleari) entro 5 anni per ottenere fra 20 anni un mix energetico composto al 25% di energia nucleare, al 25% di energie rinnovabili e al 50% di combustibili fossili.” Una decisione che non sorprende per nulla, dopo la lettura del Disegno di legge n. 1441 ter (art 15 e segg) presentato dal Governo.
Ed ecco anche gli esiti di un recente sondaggio della Demos: “I favorevoli alla costruzione di centrali nucleari in Italia sono il 47%, mentre a confermare il rifiuto per l’energia prodotta dalla fissione dell’atomo è il 44%. E’ dunque la maggioranza relativa a “ripensare” l’esito del referendum, anche se non possiamo ignorare il 9% che sceglie di non esprimersi. Spostando l’ipotetica centrale dalla generica nazione alla provincia di residenza del rispondente, le opinioni mutano leggermente verso. I contrari alla costruzione, in questo caso, sono esattamente la metà - il 50% - mentre quanti si dicono comunque “a favore” sono il 41% - con, ancora, un 9% di incerti.” Ma il sondaggio evidenzia anche una spaccatura di carattere geografico e politico: più favorevoli al nucleare chi risiede al nord ovest e chi ha votato per un partito della coalizione di governo.
Alcune doverose domande, a questo punto:
1. Sull’attendibilità dei dati (more solito, in materia di sondaggi) considerato il campione prescelto; ma, soprattutto, se le persone intervistate fossero a conoscenza dei rischi, degli incidenti e delle sciagure verificatisi negli impianti nucleari negli ultimi decenni, e di quelli possibili fino a quando non si metteranno a punto reattori nucleari di quarta generazione (con riguardo allo smaltimento delle scorie), disponibili commercialmente tra il 2030 e il 2040. “Attualmente”, sostiene Legambiente, “non esiste tecnologia nucleare che possa escludere rischi di incidente”.
2. Se gli intervistati fossero a conoscenza delle enormi potenzialità delle energie alternative (solare ed eolica) in rapido e massiccio sviluppo anche in realtà periferiche del Paese;
3. Sulla scarsa, per non dire inesistente, informazione pubblica sulle implicazioni anche economiche che comporterebbe la creazione di centrali nucleari;
4. Se sia giusto, dopo il referendum del 1987 che ha sancito la volontà contraria della maggioranza degli italiani all’impiego dell’energia nucleare, riproporne l’impiego senza che nel frattempo, a distanza di vent’anni, siano venuti meno i pericoli di allora; come attestano i ripetuti incidenti avvenuti negli impianti nucleari francesi.
Il Governo, così com’è avvenuto per la scuola pubblica stravolta a colpi di maggioranze e provvedimenti blindati, ha dunque deciso di imporre ai cittadini una decisione che non può non creare allarme. Una scelta che oltre a mettere a rischio la nostra salute e quella delle generazioni future ci impoverirà: si parla di costi che vanno dai 20 ai 40 miliardi di euro per la costruzione di una dozzina di reattori concentrati in 3-4 siti. Ma al pericolo di fughe di sostanze radioattive s’aggiunge quello dello stoccaggio delle scorie, i cui tempi di decadimento possono essere, talvolta, di centinaia di migliaia di anni.
Al fine di scongiurare questo pericolo, è stata attivata una petizione e una serie di iniziative
PS. Saranno bene accolti, attraverso i commenti, precisazioni e approfondimenti.







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