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Feb
21st

I grandi tennisti

Author: Webmaster Yourpage | Categoria Arte

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Poco fa, durante la mia ennesima colica ispiratrice, pensavo a Cortellessa e il tennis. Non sapevo che fosse un appassionato. Le poche volte che ci siamo visti o scritti si è sempre parlato di libri, al massimo di arte. E’ stato bello scoprire che piace anche a lui, che abbiamo questa passione comune.
Quando iniziai a scrivere, cioè nel 99, perché fino ad allora mi limitavo a leggere, conobbi una persona speciale. La conobbi virtualmente, su un newsgroup letterario. Scriveva in un modo incredibile, ancora oggi non saprei definire bene il suo stile: uno strano impasto di Céline e Agamben, la chiarezza ed economia espressiva di quest’ultimo e l’umor nero del francese. Qualsiasi tema affrontasse: il calcio, la politica, le donne, la letteratura, riusciva a dire qualcosa di totalmente nuovo e intelligente. Non gli ho mai visto scrivere non dico una banalità, ma un automatismo verbale, quelle espressioni che capitano a tutti, quando si accompagna un sostantivo a un aggettivo in modo meccanico e soprapensiero. Ci scambiavamo lunghe telefonate serali, e una volta, facendomi una metafora tennistica, scoprii che anche lui amava questo sport. Mi pare che stessimo parlando di Simenon, che lui adorava. Gli raccontai che avevo appena letto un pezzo di Moresco che lo liquidava sbrigativamente, e lui ebbe un moto di stizza, inusuale in un tipo di solito molto pacato. Disse qualcosa tipo “Simenon non ti sponsorizza”, intendendo che spesso ci si fa belli coi grandi nomi, e chi vuol brillare di luce riflessa cita sempre Céline, Bernhard o Kafka; mentre Simenon non ti dà lo stesso lustro, forse a causa della sua grafomania o della riduttiva etichetta che gli è stata appiccicata di scrittore di genere. Aggiunse che la riprova di questo è che Simenon piaceva moltissimo a Benjamin, Céline, Gide, vale a dire a chi non ha bisogno di sponsor. Disse anche che i suoi libri sono come delle ottime racchette da tennis, da sole non ti fanno vincere la partita.
Più volte, in questi anni, l’ho pregato di scrivere per qualche giornale. Io ero e sono nessuno, ma un paio di contatti che mi davano retta se segnalavo qualcuno li avevo. Lui nicchiava, rimandava di continuo con scuse improbabili; in un’occasione, per non farmi andar oltre, si dichiarò “uno scrittore non praticante”, che in fondo è una definizione nella quale mi riconosco anch’io. Ad ogni modo niente, non ci fu verso. Le sue perle generose e brillanti venivano elargite a me solo, oralmente, e non nascondo che più di una volta me ne appropriai per farmi bello.
A quei tempi seguivo Andrea Cortellessa attraverso i suoi articoli su Alias e su L’Indice, per me erano come le briciole di Hansel e Gretel: guida e nutrimento insieme. Non ci eravamo mai incontrati e nemmeno scritti. Non so bene dire quando di preciso gli attaccai bottone, credo sia stato intorno al 2005, per chiedergli l’autorizzazione a pubblicare un suo pezzo su Nazione Indiana. Lui rispose in modo molto gentile e da lì iniziò una rada corrispondenza, fino all’incontro al festival letterario di Cuneo, dove partecipavamo alla stessa conferenza. Il suo amore per il tennis l’ho scoperto con questo suo articolo su McEnroe, e allora mi son chiesto che c’entra il tennis? Perché con le persone che più stimo, quelle con le quali sento delle forti affinità, condivido la passione per il tennis?
Da ragazzo fui un piccolo campioncino. Leggendo David Foster Wallace e i suoi trascorsi tennistici mi sono identificato molto. Anch’io giravo le città vicine per partecipare a dei torneucoli regionali, ebbi qualche foto su Match ball, la rivista del settore, e infine toccai il vertice della mia carrierina a Eastbourne, nel 1977, a 14 anni, quando fui spedito a spese della federazione per giocare un torneo sull’erba in cui arrivai in finale. Ricordo che ci allenava Lombardi, che oggi fa il commentatore per Sky. Vidi qualche partita di Wimbledon, anche se ne ricordo solo una, un doppio surreale con quello zingaro di Nastase e Connors che facevano i pagliacci, e poi vidi pure la finale del Trofeo Colgate femminile, con le immancabili Evert e Navratilova all’inizio della loro lunga carriera. Dopo allora smisi di giocare. Gli altri del mio gruppo non fecero neppure le superiori, il tennis diventò il loro lavoro ma non ebbero il successo sperato. In quel periodo il mio idolo era Borg. Io usavo come lui la Donnay allwood, vestivo Fila, mi lasciavo crescere i capelli biondi lunghi per poter mettere la fascia in testa, ero una sorta di clone in scala 1:12. L’amore per McEnroe subentrò più tardi, e raggiunse il suo picco il 10 giugno 1984, quando si disputò la più bella partita della storia, la finale del Roland Garros fra McEnroe e Lendl. Per usare un’espressione di Cortellessa, mi vien da dire che fu una partita “inaggettivabile” (che è un modo molto elegante per aggettivarla con un superlativo). I primi due set dominati da McEnroe furono qualcosa di incredibile, che non si era mai visto. Da subito, con Lendl in battuta, lui si posizionò molto avanti nel campo, come se dovesse ricevere il servizio debole di uno scarso, mentre quello di Lendl era una botta piatta. McEnroe riusciva a rispondere semplicemente dimezzando il movimento di apertura, usando il suo corpo e la forza dell’avversario la ributtava corta di là. Lendl era disorientato e perse i primi due set. Dopo di allora il trucchetto all’americano non riuscì più. Troppo dispendio di energie, troppa concentrazione e prontezza di riflessi per poter durare a lungo. Al quinto set McEnroe capitolò, ma fece vedere quello che non si era mai visto. Se, come dice Cortellessa, il genio è chi rivoluziona le regole, lì, più che in qualsiasi altro suo match, McEnroe fu geniale. Un genio perdente e superiore al suo vincitore.
Un altro radicale sovvertitore di regole che meritava di essere ricordato fu Boris Becker. E’ difficile spiegare a parole il “timing”, il tipo di tennis che lui inaugurò e che oggi è largamente praticato. Come tutte le invenzioni geniali, aveva in sé qualcosa di ovvio che fino ad allora era stato bellamente ignorato. Ossia che la potenza del colpo è data principalmente dalla frustata del polso, non dalla velocità del movimento del braccio, pur supportato dallo spostamento del peso del corpo da una spalla all’altra. Il timing si chiama così perché abbreviando il movimento del colpo, anzi riducendolo quasi alla frustata del polso, diventava determinante la precisione millimetrica. Tutto si giocava in uno spazio ristrettissimo e in frazioni infinitesimali di secondo, e questo permetteva di non far sapere all’avversario le intenzioni di gioco, cioè la direzione del colpo e l’effetto impresso alla palla, se non all’ultimo. All’opposto, il servizio di Becker col timing necessitava di una torsione innaturale del polso, che andava contro la direzione che avrebbe normalmente preso il braccio nel proseguimento del movimento; anche questo per nascondere fino all’ultimo le intenzioni di gioco e per imprimere la massima potenza. Per far capire quanto ciò fosse rivoluzionario, bisogna spiegare che nelle scuole giovanili di tennis di allora, quelle più avanzate e curate dalla federazione (Palagano, per es.), il polso doveva restare sempre rigido. Io che suonavo la batteria fui vivamente invitato a smettere, e lo stesso accadeva con chi giocava a ping pong. In ogni caso non mi stupisce la dimenticanza di Becker, il fatto che non lo si consideri un campione epocale come altri. E’ che McEnroe e lui furono campioni dimezzati, gente da erba più che terra rossa, e chi passa alla storia sono quelli che dominano qualsiasi superficie.
Oggi che non lo seguo quasi più, e che vengo perfino sconfitto e irriso dai nipotini al tennis virtuale della wii, continuo a considerarlo uno sport fuori dall’ordinario, per spiriti eletti. Credo che la ragione risieda nel fatto che è uno dei pochissimi sport in cui non sempre vince chi fa più punti. Per capirci: è come se nel calcio vincesse chi prende 3 gol e ne segna 2, o se nel basket i Los Angeles Lakers battessero i Boston Celtics per 78 a 92. Il tennis è uno sport antidemocratico e allergico alla demagogia populista: i punti non sono tutti uguali, i punti pesano. Nel tennis non vince chi fa più punti, vince chi li fa nel momento giusto, quello che conta. E al contempo, come dimostra la finale del Roland Garros del 1984, dai più autorevoli commentatori indicata come la miglior partita di sempre soprattutto per quei formidabili primi due set, a volte vince addirittura chi perde. Quando mi rammarico per il talento muto del mio amico newsgrupparo, o quando mi dispiaccio perché gli articoli di Cortellessa, l’intellettuale più preparato e brillante della mia generazione, non sono ospitati dal Corriere o da Repubblica al posto dei tanti cani che occupano quei giornali senza merito, in quei momenti penso che sono dei tennisti, e in quanto tali non possono essere giudicati con i normali criteri di vittoria o sconfitta.

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