Come la questione dei “fannulloni” (termine giornalistico ingiusto e orribile, ma ormai fatalmente riassuntivo in cui viene purtroppo racchiusa l’annosa “Questione Amministrativa”) scippata se non alla sinistra ad un uomo di sinistra come Pietro Ichino che per primo l’ha brandita, così la questione del ritorno della severità a scuola in qualche modo ha tolto il terreno sotto i piedi alla sinistra riformista che ne doveva fare, a mio avviso, un proprio terreno d’elezione. Che il fischio de “la ricreazione è finita” e che il particolare rappel à l’ordre venga poi da un Ministro che ha glissato sulla severità delle regole scegliendosi una sede di comodo per superare il suo concorso d’Avvocatura, aggiunge ancora più sale alle nostre ferite di riformisti impazienti e angosciati, ma non sposta purtroppo i termini della questione.
Non voglio entrare nel complesso articolato di provvedimenti della cosiddetta “riforma Gelmini” – c’è chi lo ha fatto e vi ha scorto solo dei tagli e molta fuffa e non stento a crederlo –, resta comunque in piedi la percezione dell’opinione pubblica che tale “riforma”, specie quella del “cinque” in condotta, abbia schiacciato la sinistra sull’accusa di permissivismo e di tolleranza illimitata, ritenendola responsabile di quel suk che è diventata la scuola, se è vero come è vero che essa non ha neanche minimamente pensato di invertirne la rotta quando s’è trovato il Ministero di Viale Trastevere tra le mani.
È spia di tutto ciò – e in particolare dell’effetto sortito a scuola dall’introduzione del “cinque” in condotta –, l’articolo della scrittrice e insegnante Paola Mastrocola sulla “Stampa” del 2 marzo 2009, che esordisce così: «La scuola è da tempo disarmata. Non ha strumenti per affermare le sue regole e i principi in cui crede. Soffre, da 40 anni circa, di una sindrome di debolezza congenita che, peraltro, una certa parte di essa, la più ideologizzata, ha fortemente voluto in base all’idea che mai si debba punire, che il voto non sia un’arma, e che sia meglio motivare, prevenire, comprendere, giustificare: mai scendere al vile ricatto dell’insufficienza. La stessa imbelle clemenza, d’altronde, aleggia oggi nelle famiglie: si tollera, si media, si scende a compromessi, si patteggia con i figli. Non si sgrida, non si molla un ceffone, non si manda a letto senza cena. Giusto o sbagliato che fosse, era (ed è) così. Io ricordo che or non è molto (due anni o tre fa) dovetti fare un’ora di supplenza in una quarta liceo. Entrai e c’era un caos indescrivibile, gente ammucchiata sui banchi che chiacchierava urlando, giocava a carte, fischiettava, sbocconcellava panini e deglutiva liquidi a garganella dalle lattine. Nessuno cambiò atteggiamento quando mi vide entrare. Anzi, nessuno mi vide entrare. O meglio, nessuno ritenne che il fatto che fossi entrata fosse di una qualche importanza. Chi mi dava le spalle continuò a darmi le spalle, anche quando io salutai, mi presentai e dissi cos’ero venuta a fare e chiesi per favore di mettersi seduti ai banchi in silenzio. Per un’ora intera io non ottenni nulla. Ricordo che ero disperata e che non sapevo cosa fare e neanche dove e come fuggire». L’articolo della Mastrocola continua: «Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi la condotta è un voto che conta, è un’insufficienza che pesa e che può portare alla bocciatura. Oggi abbiamo uno strumento. E le cifre dicono che lo abbiamo usato abbastanza. 34.311 ragazzi insufficienti in condotta vuol dire circa un allievo ogni due classi. Non è poco».
Al di là dell’accorato soggettivismo autobiografico e dell’evento risolutore ravvisato dalla Mastrocola per quella situazione intollerabile raccontata in esordio, e che credo non sia esclusiva e individuale, resta il fatto di fondo che la sinistra (riformista o antagonista che sia come vedremo, ovvero “tutta” la sinistra) sia stata individuata come la responsabile di questo stato di cose.
È così? Non è cosi? Ma è proprio vero che la sinistra sia/è/è stata permissiva? E se non è vero, perché è percepita come tale? Per capire come e perché la sinistra sia stata schiacciata su questa accusa occorre risalire di 40 anni indietro, come suggerisce la Mastrocola, e tentare di evidenziare l’origine di quella “imbelle clemenza”. Scriveva Vico che “Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi con certe guise”; ossia se vuoi spiegare una cosa, la sua “natura”, la sua essenza, devi partire da come essa è nata, conoscerne i modi e le forme: farne la storia. Ma niente paura non farò la storia del Sessantotto né riprenderò l’intricata questione dell’impatto del Sessantotto nella nostra società. Solo a volerne limitare l’analisi alla scuola e al mondo dei giovani, è ineludibile, tuttavia, rammentare che almeno tre furono le sue componenti: 1) il pensiero neo-marxista e la sinistra storica; 2) la nuova bohème di derivazione anglosassone (i capelloni e la favolosa triade: sesso-droga e rock and roll); 3) certo cristianesimo di base (segnatamente don Milani). Quale dei tre fattori è il responsabile?
Visto che siamo partiti dall’articolo della Mastrocola, che potremmo definire “La lettera di una professoressa”, sarebbe bene riprendere il discorso proprio dall’ultimo punto, dalla “Lettera a una professoressa” di don Milani.
L’accusa di lassismo a don Milani e alla sua “Lettera a una professoressa” è precisa e circostanziata e porta il nome di Sebastiano Vassalli. In una serie di articoli apparsi su “Repubblica” del giugno-luglio 1992 (poi raccolti nel volume “Gli italiani sono gli altri”, Baldini e Castoldi, 1998) Vassalli ha parole di fuoco: «L’ho detto e lo ripeto: la “Lettera a una professoressa” fu una mascalzonata, e, se esiste il Paradiso, don Milani certamente non c’è. Del resto lui è poi diventato quello che meritava di essere, un Santo molto terrestre, il Santo patrono di tutte le ignoranze, di tutti i lassismi, di tutti gli opportunismi e di tutte le furbizie di chi ha operato nella scuola in questi anni, dagli allievi agli insegnanti ai ministri. Era questo che voleva? Io non lo so, ma so che questo è successo».
Un uomo e un libro, benché tutta la storia delle idee non sia fatta che da uomini e libri, non possono determinare da soli un orientamento collettivo così vistoso se già esso non è in qualche modo presente nella società, seppur come cosa che ancora nome non ha. La prospettiva inoltre dell’eterogenesi dei fini (parto per fare una cosa e ne raggiungo un’altra) già adombrata da Vassalli nel dubbio che non era forse proprio questo l’intento di don Milani, ma che ne è stato il sicuro effetto, ci lascia un po’ perplessi circa la precisa attribuzione al prete di Barbiana di tale responsabilità. Se poi si riprende il testo di don Milani (Scuola di Barbiana, “Lettera a una professoressa”, Libreria editrice fiorentina, 1967) si scopre che in questo libro c’è un po’ di tutto e di molto confuso; oltre al proposito dell’abolizione della bocciatura, vista come odioso strumento della lotta di classe e di selezione scolastica, dei ricchi a danno dei poveri (che, secondo Vassalli, costituisce però il vero varco ideologico attraverso cui sarebbero passati tutti i permissivismi successivi), c’è anche ad esempio il bizzarro caldeggiamento del celibato agli insegnanti di cui don Milani quanto meno esorta a dirne bene in quanto esso non è «una disgrazia, ma una fortuna per essere disponibili a pieno tempo» (pagg.86-87). C’è l’abolizione della matematica e la riduzione della pedagogia «a una sola paginetta» alle magistrali (pag.119), ma anche una polemicuccia rancorosa circa l’orario di lavoro degli insegnanti definito «indecente» da don Milani e non giustificabile dalla scusa da essi accampata della correzione dei compiti a casa (anche i magistrati dice don Milani devono redigere le sentenze), né dallo stress psicofisico della tenuta d’aula (andatelo a dire a «un operaio alle presse che corre il rischio di perdere le braccia», chiosa demagogicamente don Milani), ma soprattutto, la scusa dello stress, viene a cadere se gli insegnanti trovano poi il tempo per le lezioni private (pag. 88). Tutti i termini, come si vede, di una polemica che non è difficile rintracciare ancora oggi, ma presso l’elettorato di centrodestra, quello che ha individuato anche nell’ insegnante il suo “fannullone”.
Infine, e debbo la “dritta” ancora a Vassalli, c’è nella “Lettera a una professoressa” una confessione che farebbe passare per progressista l’adozione del “cinque in condotta”, ossia l’uso… della frusta. «Noi per i casi estremi si usa anche la frusta. Non faccia la schizzinosa e lasci stare le teorie dei pedagogisti. Se vuol la frusta gliela porto io, ma butti giù la penna dal registro. La sua penna lascia il segno per un anno. La frusta il giorno dopo non si conosce più» (pagg. 82-83). L’uso mediopassivo («noi… si usa») della forma verbale toscaneggiante della prima parte della citazione esclude che siano Gianni o Pierino, gli alunni della scuola di Barbiana, a usarla, ma proprio il parroco, don Milani, che peraltro si svela nella seconda parte («gliela porto io» ). L’uso della frusta di un pedagogo “manesco e autoritario”, come lo definisce Vassalli, confligge però con l’accusa di lassismo avanzata nei suoi confronti. Ci conferma piuttosto nell’ipotesi degli effetti non desiderati (che anche Vassalli in più punti adombra) suscitati dall’enorme successo del libro di don Milani e della sua adozione “spontanea” da parte del Movimento studentesco che vi vide – fatto ancor più grave – in quel clima effervescente e confuso, una « “ concezione collettivistica dell’educazione vista come indottrinamento”: una concezione non dissimile – per chi ha ancora memoria di quegli anni – dai modelli educativi della cosiddetta “rivoluzione culturale” cinese» (Vassalli, cit, pag. 17).
Il libro di don Milani cadde in un contesto incandescente che ne determinò la fortuna e ne alimentò la mitologia di “manifesto dell’antiscuola” e della contestazione scolastica. L’esortazione di Vassalli di andarlo a rileggere e meditare è uno dei meriti non secondari della sua virulenta invettiva. Per noi il libro della scuola di Barbiana resta però poco più di una spia indiziaria, una traccia. E credo che la sua rilettura gioverà a ricostruire un contesto storico piuttosto che aiutarci a capire la scuola di oggi, ove paradossalmente si sono invertite le parti rispetto al Sessantotto, essendo gli insegnanti perlopiù orientati a sinistra e gli studenti a destra perché a destra è la società nel suo complesso, e ove, comunque, lo scenario è totalmente mutato rispetto a quell’Italia degli anni Sessanta povera e arretrata in cui gli studenti figli di contadini alla fame e di operai sradicati sono tutt’altra cosa rispetto a quelli di oggi nati e vissuti nella “società affluente”, piena di stimoli, dove però può accadere il paradosso di scambiare il mondo reale (che per gli studenti è però quello dei cellulari, Ipod, TV, Internet) con quello virtuale, ossia tutto il resto.
Dobbiamo cercare ancora. Resta da vedere quanto dell’ideologia lassista e antiautoritaria, oggi attribuita alla sinistra indiscriminatamente, sia in effetti ascrivibile ad essa. E qui occorre fare quanto meno una distinzione fra i gruppi neo-marxisti d’ispirazione adorniana e marcusiana e il pensiero canonico della sinistra storica, che come è noto “mise il cappello” o tentò di metterlo sul Movimento studentesco che rischiava di scappargli di mano, come in effetti accadde nel Settantasette (rovesciamento del palco di Luciano Lama) data della nascita ufficiale della sinistra antagonista.
Orbene, Gramsci fondò un giornale intitolato “Ordine nuovo”, “nuovo” sì ma “ordine”, mica “casino vecchio”. Non si fa fatica poi a rintracciare nei “Quaderni” proposizioni di un’accigliata pedagogia, tutt’altro che una “pedagogia negativa” à la Rousseau. Debbo a Michael Walzer alcune suggestioni a tal proposito ( vedi il paragrafo L’educazione comunista del suo saggio L’impegno di Gramsci, contenuto nel volume “L’intellettuale militante”, Il Mulino 2004). Il liberal americano evidenzia un Gramsci arciconservatore che osteggia perfino la riforma-Gentile, nei fatti secondo Walzer “progressista”, in quanto dava risalto a ciò che veniva definito “educazione attiva” contro alla semplice “istruzione”, intesa come arida, formale, ripetitiva e incapace di attivare l’interesse dei giovani.
Scriveva Gramsci invece nei “Quaderni” (vol. III, pag. 1551): « La lingua latina e greca si imparava secondo grammatica, meccanicamente, ma c’è molta ingiustizia e improprietà nell’accusa di formalismo e aridità. Si ha a che fare con ragazzini, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza anche fisica, di concentrazione psichica su determinati soggetti che non si possono acquistare senza una ripetizione meccanica di atti disciplinati e metodici». Se non siamo alla frusta poco ci manca, e comunque in piena difesa dell’elemento coercitivo, “meccanico”, delle nozioni (e sfido chiunque a pensare che si possa passare ai concetti senza averne fissato le nozioni di base – i concetti senza le nozioni sono vuoti e le nozioni senza concetti sono cieche – e a divisare, solo per fare un esempio, tutte le componenti o il significato della Rivoluzione francese se non si sa collocarli nello spazio e nel tempo, luoghi e date compresi).
Sono peraltro sicuro che né Togliatti né Terracini né Nenni pensassero che il periodo di neotenìa (la giovinezza, ovvero il passaggio dalla “natura” alla “cultura” nel linguaggio di sociologi estremi, vedi Georges Lapassade, “Il mito dell’adulto” Guaraldi, 1964, titolo originale “L’entrée dans la vie”, 1963) fosse un periodo esimente da obblighi verso se stessi e verso la società. E non era nell’idea di Lenin che la rivoluzione consistesse nel far baldoria nelle cantine dello zar, se è vero come è vero, che la istradò subito lungo il percorso di un nuovo ordine sociale, tributario però più che delle idee generose e socialiste della “liberazione dell’uomo dalle sue catene” piuttosto del tradizionale “dispotismo orientale” (K.A.Wittfogel), di cui l’autocrate Putin è l’ultimo, legittimo e tragico erede.
Ma quarant’anni fa la sinistra storica fu raggiunta dal “Movimento studentesco”, che le dettò un nuova “tavola di valori” e che la stravolse per certi aspetti nei suoi connotati ideologici di fondo. Essendo nato a scuola - si chiamava “studentesco” - fu proprio a scuola prima che nella società (nella coppia, nella famiglia) che il “Movimento” introdusse questa nuova tavola, che poi diventò la piattaforma mentale dell’opinione comune “di sinistra”. È in quest’ambito che si passò – grazie anche agli apporti teorici della “Scuola di Francoforte” e alla sregolata bohème comportamentale importata dal mondo anglosassone –, da una sinistra tradizionale “ideologica” (ancora pedagogica e direttiva quando non autoritaria, vedi Gramsci) ad una sinistra “antropologica” dove i valori dell’autorealizzazione dell’individuo fanno premio su quelli della stessa classe sociale, e la cui realizzazione spinge finanche a dettare un codice rigidissimo e soffocante nella scelta del vestiario e nei gusti personali, “targettizzando” rigorosamente l’accesso a quella società dei consumi, demonizzata solo a parole. Ma altri elementi entrano in gioco: l’appello ad un “pansessualismo polimorfo”; la critica del sistema su basi anarco-libertarie; l’antindustrialismo di tipo romantico e regressivo; la critica della razionalità borghese (l’antilluminismo adorniano) cui si opponeva la creatività dell’immaginazione di tipo marinettiano o dada, e molto altro ancora che qui non si può elencare. Tutto ciò pose le basi o rafforzò quel milieu mentale (addio Gramsci!) ancora dominante in larghe parti di ciò che oggi si suole chiamare indistintamente “sinistra”. Fu in questo nuovo ambito ideologico che si fece strada la “pedagogia” del “sei politico” e si aprì il varco ad ogni “pensiero debole” (rubo l’espressione a Vattimo, piegandola alle mie esigenze) in tema di adesione alle e rispetto delle norme.
«Ciò che interessava i giovani di questa tendenza non era tanto una nuova società fondata sulla libertà, la solidarietà e il consenso, quanto una condizione immaginaria di assenza di norme, intendendo il termine “anarchia” nel suo significato superficiale letterale di assenza di ordine, nella quale i singoli potessero esplicare tutte intere e senza vincoli le loro possibilità di esistere: più che di una ideologia vera e propria , si trattava di uno stato d’animo» (Carlo Tullio-Altan, “La coscienza civile degli italiani”, Gaspari, Udine 1997).
Molti leader del Sessantotto intervistati oggi ripetono, giustamente, che loro erano studiosi e secchioni e che mai hanno caldeggiato lassismi e derive di tal sorta. E c’è da crederci. Ma come per il libro di don Milani, altro fu l’effetto non voluto sull’insieme della nostra società della loro contestazione scolastica ed extra scolastica. Perché ciò avvenne? Dobbiamo ancora cedere la parola all’antropologo degli italiani, Carlo Tullio- Altan (il padre del celebre vignettista, quello che scriveva dopotutto in una sua vignetta: “L’italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe che fosse un popolo normale”): «Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze» (Carlo Tullio-Altan, “La nostra Italia”, Feltrinelli, Milano 1986, p.171).
I corsivi da me imposti chiedono opportuna delucidazione. La morale egoistica albertiana cui Tullio-Altan fa esplicito riferimento è quella di Leon Battista Alberti che nei suoi “Libri della famiglia” aveva teorizzato il culto dell’interesse “particolare” della famiglia (per alcuni l’unica vera ideologia degli italiani) a scapito di qualsiasi valore di convivenza civile. Ma la morale albertiana era solo una delle emergenze indagate dallo studioso, che qui più che in altri suoi lavori, trovava la tensione civile e l’acume scientifico per scavare anche nella storia più remota del nostro Paese e scovare tutti quei tratti storico-socio-psico-demo-antropologico-culturali (mi si perdoni il termine monstre) che costituiscono la base dell’arretratezza della nostra Italia e che la attanagliava, a parer suo, in una crisi profonda.
Il lassismo scolastico dunque fu “catturato” dalla società italiana (e la sinistra ahimè, se ne fece vessillifera), allo spirito migliore del Sessantotto che venne tradotto nei termini del proprio tornaconto individuale, tradotto ossia nei valori individualistico-arcaici della tradizione di sempre. Era il morto che catturava il vivo. Era quella “cosa che nome non ha” che aveva decretato anche il successo del libro di don Milani: il “particulare” italiano sempre attivo e operante che massimizza e “monetizza” anche la più nobile spinta ideale. Ci furono altri momenti in cui esso si impadronì di altri eventi ancora più gravi (le due guerre mondiali ad esempio) per imporre promozioni di massa: una specie di amnistia collettiva dai propri doveri scolastici. È un dato di fatto, che basta poco a verificare.
Quella della “maledizione antropologica” potrà essere una nenia indigesta per molte orecchie ma occorre a mio avviso tenerla in onesta avvertenza sullo sfondo per capire anche fenomeni complessi che con essa sembrerebbero non avere alcun punto di contatto.
Per concludere e tornando alla “riforma Gelmini” da cui siamo partiti. “Legge e ordine” sono i presupposti di qualsiasi governo, e pertanto sono principi non negoziabili (pre-requisiti, direi), dunque né di destra né di sinistra. Sarà anche il binomio di un liberalismo sintetico e programmatico, ma allora dobbiamo aggiungere con Vitaliano Brancati che in Italia «per essere adeguatamente liberali bisogna votare “almeno” comunista», tanto è arretrato il nostro panorama ideologico (e legale) che per raggiungere un minimo di liberalismo occorre addizionarlo di una spinta “estremista”. Di converso, solo nel nostro Paese, per mero paradosso, quel binomio è diventato un programma di destra. È un Paese così sregolato e anarchico il nostro (“ognuno fa tuono a sé”, ricordava Leopardi già nel 1826!) che ogni rappel à l’ordre fa gridare da un lato all’avvento di uno stato autoritario mentre dall’altro ogni indulgenza s’innesta in un sostrato lassista e anarchico (il morto che cattura il vivo!) che ha come esito ultimo il suk. Mi affretto ad aggiungere che il suk non è nel programma di nessuna sinistra storica, o almeno di quella a cui io mi richiamo ancora (diverso è il discorso della sinistra freak, venuta fuori da alcune derive del ’68 che ho cercato di lumeggiare, quella del “vietato vietare” e che polemizzava contro qualsiasi “sorvegliare e punire” in un Paese in cui già di par suo si sorvegliava pochissimo e si puniva ancor meno, e spesso la persona sbagliata).
Un’ultima parola per quanto riguarda la scuola: i sociologi estremi come Lapassade dicono che la condizione di adulto è passeggera, in quanto la neotenìa (passaggio dalla natura alla civiltà, che coincide perlopiù col periodo giovanile) sarebbe sempre transeunte e in continuo fieri, oltre che fortemente condizionata dagli obiettivi impliciti della società in cui si è costretti a vivere (nessuno sceglie dove nascere dopotutto!), che imporrebbe i modelli di una “identità costruita”. Ma io credo che le condizioni permanenti della paideia siano rimaste immutate da quel dì: sono quelle di un pedagogo ateniese che “impone” a un giovane ateniese a diventare un adulto ateniese. Non ne conosco altre.







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