questo mi era
venuto in animo di fare
stamattina quando, al solito, insieme a quei pochi
altri come me
ero andata al centro
in quel percorso pieno di cose da comprare guardare toccare
cose che guardi tocchi e scordi già pensando a quelle che comprerai dopo
solo il giorno dopo perché è un giorno che basta a consumarle
mentre la voglia ti resta
in corpo come una spina che
non riesci a togliere
una spia che
ti mina il cervello scoperchia
la tomba senza il cadavere
il tuo (da) guardare.
Ero là
con il mio carrello
car-retto ancora vuoto e l’io
in subbuglio con dieci lire nella vulva
che DONava il movimento a quattro ruote in disaccordo totale.
Dirigevo
come un battello verso la terra dei miei sogni
i segni dei miei liberi c a n t i e r i
di libri incolonnati in quel con-testo
fuori dal mondo e pur dentro
il commercio.
Un mondo di libri in un casino di percorsi
esposti in ring a curvatura sociale un parlamento di lingue
in cumuli di fosse comuni
in anfratti di poesia semideserti offertori
di sedimentate o s s a sapienti
antiche parole: i classici ancora vanno
a s(e)colarizzare menti i pochi
pochissimi utenti nullatenenti e senza emolumenti. Monumenti del sapere
tra gentilissimi con- messi che non ti spronano a comprare
e i libri di solito li ordinano per te. Sì lo confesso li uso li sfrutto
perché detesto andare in cent(r)o a raccogliere le fragole
in quel casino di piazze
pazzie di altri consacrati luoghi del v(u)oto
tra vetrine in cui si mette in mostra ciò che non si è la crosta che costa
messa in posa da qualcuno che è cosa distribuendo una firma
sopra un libro e un abito di trucchi nati
nella lirica Norma di una confezione da marketing pensata dall’editing.
Non ci sono alberi lì, in mezzo, nemmeno la carta
strappata dallo squassato ventre di chissà quanti boschi
è carta che fruscia e che non sazia del canto di uccelli
non volano ali si sono inceppate
in parole incatenate al corpo di una stampa senza timbro
non suonano in bocca e
nell’orecchio non striscia la festa
del canto che t’imbocca altra fame
e sete di quel bosco in mezzo alla selva.
Sazia ancora prima di muovermi.
Ancora prima di allungare il braccio.
Scaffali come ossari : miliardi di oggetti morti.
Sacrificati al dio grande fica del commercio
un Nessuno con tridente che t’infilza nella lista
della spesa di te stesso
sole a parte sulle onde di altri soli
tutti in riga in reggimento sopra i corpi di tutti
tali e squali a te ateo e divino
perso in un filetto il trafiletto
di una coscia esposta fino all’inguine o tra linguine
dissidenti vogliose del morso amor oso dei tuoi
denti in un dissesto che comporta l’essere qui
oggetti tra i sassi e sessi
sull’onda di un con mer
(di)ciò che non conta.
Così senza nemmeno pensarci un secondo
tra i secondi in quell’anello volevo sfoderare un pennarello
anche solo una pennetta
e fondere la sua pasta interiore
là sul pavimento coibentarla
al traffico di così tanti piedi e fare le scarpe
alla moda di un reading commerciale
in off-erta speci-ale
con carta d’igiene mentale
s-roto-lata da un’uscita ad un’entrata
un EXI(S) T appeso all’ascensione dei clienti
sfoderato tra preserva(na)tivi preservanti il farmaco veleno
di vivere r i d e s t o
e sotto la s(c)uola delle scarpe lasciare un cammino
tra nuvole e travers(i)e
di treni fuori orario spuntati all’improvviso
dentro il viso e fuori dalla testa dentro la finestra
di un l u n g o l u o g o u o v o
forse anche un u o m o nel ventre di una donna
mai doma che non smette di guadarsi.









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