Il temporale infuria, stanotte. La rabbia repressa dell’universo si sfoga nel vento furioso e in rombi di tuoni vanagloriosi. La fine del mondo. Pioggia a secchi. Diluvio universale. Ma che importa? È tutto là fuori, in un altro mondo. Resta solo da vedere se i veri alieni stanno dentro o fuori le mura dell’ospedale.
Il mio pensiero è che tutto sommato mi trovo al sicuro qui in reparto. Lascia che piova, che infuri la bufera. Un tempo del genere concilia il sonno a chi può dormire. Tra queste quattro mura, tristi per convenzione, ci si può convincere perfino di essere inattaccabili dal maltempo. Sarà perché se ne ha già abbastanza di fare i conti con la propria salute, non può essere che uno stupido temporale possa disturbare il riposo.
Faccio un giro per le stanze. È proprio come pensavo, le persone dormono quasi tutte. C’è qualcuno che mi domanda se piove, in una sorta di stupefatto distacco. Come se si fosse all’interno di un cinema a guardare un film ed entrasse qualcuno da fuori. Non è che importi veramente, le cose inquietanti sono ben altre. La salute compromessa, per esempio. Però alle anime semplici fa bene pensare che l’acqua, nel suo venire giù furibonda, in fondo annaffia l’orto di casa che si è dovuto lasciare in fretta e furia e senza cure. Una preoccupazione in meno. La verdura crescerà. Oddio, crescerà anche l’erbaccia… bè fa niente, quando uscirò di qui starò meglio e potrò dedicare tutto il mio tempo all’orto e alle cose buone che regala la terra.
Dormono.
Le porte e le finestre, lasciate aperte per ricambiare l’aria malsana, sbattono per il ventaccio, fanno rumore, sembra un film dell’orrore alla Dario Argento, ma nessuno si lamenta.
Com’è diversa questa notte da una notte di plenilunio. Per qualche misterioso sortilegio la luna piena rende insonni. Favorisce l’alta marea e le nascite, cosa che ho sperimentato di persona quando lavoravo con i bambini. Ma, ho scoperto esercitando in corsia, favorisce anche l’insonnia. Non ci saranno prove scientifiche a sostenerlo, ma se può bastare l’esperienza delle infermiere, posso dire che è un dato di fatto. Durante il plenilunio una sorta di nervosismo strisciante collettivo, senza spiegazione, fa sì che sembri di essere in pieno giorno. Le persone si ritrovano tutte col bisogno di parlare, si rivoltano nel letto come una frittata, sballottate dagli influssi argentei.
Signorina, che ore sono?
Signorina, ho qualcosa che non va, ma non so cosa…
Signorina, posso avere una camomilla?
Signorina, sto male…
La pioggia invece concilia il riposo. Si perde finalmente il controllo di sé, ci si abbandona al nulla della notte, che per le persone normali è, appunto, fatta per dormire.
Io e la collega, ovviamente, non dormiamo. Non possiamo, per dovere e per coscienza. Noi vegliamo. Si vorrebbe tanto dormire, certo, sulle spalle abbiamo una giornata di impegni, di famiglia, di corse contro il tempo e contro tutti. C’è chi ha i figli da seguire, con i compiti, la scuola, e il traghettarli qua e là; chi ha un parente malato da accudire, in una sorta di straordinario non pagato. E la spesa da fare, la casa da sistemare, gli impegni comuni di tutti i giorni. Ma noi, in servizio di notte, non dormiamo.
Il sonno degli altri è contagioso come lo sbadiglio. Basterebbe così poco, appoggiare la testa da qualche parte, allungare le gambe gonfie su una sedia e chiudere gli occhi. Dieci minuti, mezz’ora… Basterebbe, dopotutto, per ritrovarsi più attivi di prima. La bocca aperta per il rilassamento della mandibola, magari un lieve russare discreto. L’arrendersi definitivo della coscienza. Il sonno, insomma, non chiede molto. Solo di far dormire. Almeno un po’, cosa costa?
Non ancora, il turno non è finito, non possiamo.
Piuttosto, cosa fanno i dormienti? Ci si può stupire di come il sonno a volte sia movimento. Faccio una ricognizione, non si sa mai. Ci saranno dei bisogni da soddisfare. E poi… bisogna accertarsi, prima di ogni altra cosa, della presenza costante di quel filo di fiato che significa esserci.
Nelle stanze c’è chi tira su la coperta, perché ha freddo. Magari ne vuole altre. Dieci chili di coperte.
E c’è chi nel sonno invece suda e le coperte le tira giù. Rimane esposto, in pigiama. Altri sono in mutande. Affiora qualche pannolone. Bambini giganti, bambini invecchiati, inconsapevoli delle proprie funzioni, del proprio stare al mondo. Avranno caldo o freddo? Non tutti sanno rispondere. Cerco di immaginarlo da me, saggio la temperatura della camera, sfioro leggermente la pelle scoperta e provvedo di conseguenza.
L’annaffiatoio del cielo non si è ancora svuotato. Gli orti da bagnare sono tanti, gli alberi da spettinare innumerevoli. Il vento soffia forte, la notte s’illumina di lampi e sembra giorno. Ma per fortuna qui si dorme.
Per passare attraverso il buio delle stanze occorre una piccola luce, sfuggente, discreta, ma che faccia bene il suo lavoro: è importante capire, osservare, distinguere. Quei corpi abbandonati in pose spesso scomposte a volte inducono un sospetto: c’è qualcuno, lì dentro? Qualcuno che si sia assentato solo momentaneamente, intendo, per andare a visitare un mondo che non esiste, giusto fino alla prossima alba. Oppure non c’è più nessuno, e il corpo rimane lì per finta?
La differenza fra esserci e non esserci è vitale. Ma nella notte è minima. Di notte il sonno temporaneo si distingue da quello eterno per un soffio, per un alzarsi o meno del torace, per il movimento impercettibile di un muscolo, un arto, o per uno strizzare d’occhi alla luce che viene impietosa ad indagare.
Come sempre mi rendo conto della grande responsabilità che abbiamo, quella di accertarsi che tutto questo lieve movimento ci sia. Mi trovo in preda agli stessi sintomi sonnolenti e vorrei solo essere lì, in quel letto, a fare il morto al posto di quell’uomo, quella donna, quell’anziano. Anche io come loro, col respiro così lieve da far indugiare sul mio torace la pila di chi mi guarda una volta di più, per essere sicuri che… qualcuno abiti le mie spoglie.
Ok, qui è tutto a posto. Sbadiglio, ma sono sveglia e proseguo.
Passata la grancassa del temporale, resta lo scrosciare dolce e conciliante dell’acqua, musica nell’alba livida che avanza, inesorabile, indifferibile, inevitabile, con i suoi passi lenti.
Ma le ore sono più lunghe di notte? Sembrerebbe di sì, specialmente le ore che precedono la fine del turno. Non finiscono mai.
Nelle stanze odore di corpi, sudore, piedi. Capelli sul cuscino, gambe fuori dal letto. C’è chi non può cambiare posizione da solo, sarebbe meglio se lo facessimo noi per lui, mettendolo su un fianco, poi sull’altro, sulla schiena. Però sta dormendo così serenamente, come si fa a disturbare un sonno che spesso è una sudatissima conquista? Lo so che bisogna farlo, per il benessere del paziente, ma credo che se io mi trovassi al suo posto preferirei dormire che cambiare posizione. Potrei perfino sbranare con ferocia chi interrompesse il mio difficile sonno, anche se a fin di bene.
Qualcuno, inevitabilmente, a orari più o meno fissi, a volte coincidenti tra un paziente e l’altro, che mi viene da invidiare san Padre Pio per la sua divina ubiquità, deve fare una sacrosanta pipì, ma poiché non può alzarsi e andare in bagno, necessita degli indispensabili ausili, che bisogna portargli e poi svuotare.
C’è chi sogna. La luce della pila si attarda sulle fronti aggrottate, cercando.
Questo mestiere non permette di leggere anche i sogni.
Un uomo una volta me la ho chiesto, timidamente, vergognandosi un po’, se il monitor cui era legato permetteva di entrare nei suoi sogni. Lui faceva sogni un po’… come dire… un po’… caldi, ecco… L’ho rassicurato, non siamo ancora in fantascienza. Si conosce tutto dei corpi che di notte appaiono, e sono, così indifesi, non c’è segreto e non c’è privacy che tenga. Qui dentro si è radiografati in toto. Ma i sogni no, restano privati. Ed è giusto. Si può solo tentare di indovinarne la presenza nel mormorio sconnesso di qualcuno, nel lamento o nell’agitazione ad occhi chiusi, nel sorriso appena accennato che si allarga al risveglio. Il sogno come segno di vita non è misurabile.
Ci sono dei volti lucidi di sudore. Le stanze a volte sono opprimenti di calura.
Un sonoro e vitalissimo russare s’interrompe in una pausa da cronometrare con ansia. Le apnee notturne mi creano spesso apprensione. È come entrare in un mondo che si è immobilizzato nello spazio e nel tempo non sapendo se mai riprenderà a girare.
Il rumore dell’ossigeno negli erogatori e la luce verde del monitor. I ritmi cardiaci come ipnotiche montagne russe, un videogame in cui non ci si può permettere di perdere.
Silenzio.
Il ticchettio della tastiera che dà vita a questa pagina è la mia arma segreta per sconfiggere le ultime ore di tentazione. A dire il vero non è sempre possibile fermarsi a raccogliere i pensieri, che pretendono di esulare dal contesto in cui si ritrovano. C’è bisogno di pura evasione. La pagina bianca rappresenta per me, talvolta, l’arma con cui riempio i pochi vuoti lavorativi e mi difendo dalle tristezze. Anche se si potrebbe definirla un’arma impropria: la mente non si collega, dopo un certo orario proprio non ce la fa, me ne accorgo perchè le dita vanno da sole, inconcludenti, sui tasti.
Allora provo ad aprire un libro, che ugualmente mi faccia dimenticare il luogo e l’orario impossibile, il mio letto irraggiungibile e il calore di chi lo divide con me, e che apra un nuovo mondo e un’altra storia. Però dev’essere proprio un libro avvincente, altrimenti la pagina resta aperta e fissata a lungo. La guardo e non la leggo: le parole che si affollano dispettose e s’incrociano davanti a me sono ideogrammi indecifrabili.
Perché le palpebre le hanno fatte di piombo?
Di notte il corpo di chi veglia lievita. Il calore, la postura, dio sa che cosa, fa aumentare le circonferenze. Ormai sono rassegnata, sarà un’ardua impresa indossare di nuovo i miei abiti, una volta smessa la divisa e il golfino blu, tra poco. Infatti cerco sempre di venire al lavoro con abiti larghi e comodi. Poi la posizione orizzontale, una volta a casa, mi restituirà l’equilibrio idrico, disturbando, in compenso, il mio diritto al sonno. Che strana cosa.
Non piove più. Cominciano a giungere i rumori da fuori. Non tanti, oggi è domenica. A quest’ ora è un po’ presto per le gite fuori porta. Ma non è troppo presto per andare a lavorare. Qualcuno deve farlo anche oggi. Non ci sono solo infermieri o medici, in questa parte di mondo civile.
Ecco il camion del latte fresco. Ettolitri di latte. Durante la settimana arriva prestissimo anche quello del pane. Quintali di panini. E se è un inverno con tanta neve, spazzaneve e ruspe fanno compagnia, muovono la neve con facilità, e visti dall’alto sembrano giocattoli telecomandati.
La notte, quando la passi da sveglio, ti dà dei piccoli privilegi. Scopri che mentre molti dormono, tanti invece lavorano. Poliziotti, metronotte, vigili del fuoco, operai. Tutte professioni impegnative e usuranti. Ci sentiamo tutti fratelli, noi lavoratori nottambuli, noi civette.
Niente neve in questa notte di maggio. Tanta pioggia, e vento, e tuoni arrabbiati, ma ormai è tutto passato. Sta per schiarire, là fuori. Con fatica, ma il cielo ancora bagnato è già un po’ più chiaro. È ancora vestito di grigio, con appena un merletto giallo, un raggio pallido che si intrufola fra le cuciture delle nuvole. Non ha ancora smesso di mungersi, questo suo vestito promette ancora umido.
Mi rialzo dalla scomodissima sedia, ricontrollo ancora una volta tutte le stanze, dove stanotte, come le altre notti, gli occupanti hanno cercato di dimenticarsi della presenza di una malattia. Stanotte, grazie al temporale, hanno dormito. Hanno riposto respiri più o meno lievi, odori più o meni forti, vite più o meno complicate e si sono tutti abbracciati a Morfeo.
Albeggia. Iniziano i risvegli, i ritorni di coscienza, dove sono e cosa faccio qui… a volte i pazienti fanno fatica a orientarsi. Se poi li svegli per le consuete pratiche mattutine, ti guardano stralunati come fossi un marziano. Consegni loro un termometro, e se ne dimenticano, vinti dal nuovo sonno mattutino. Ho raccolto milioni di termometri rotti in questi anni, alcuni si sono smarriti e non li ho mai ritrovati. Se i pazienti non se li mangiano, giuro che non so dove vadano a finire. Forse esiste da qualche parte il paese dei termometri smarriti da pazienti insonnoliti.
Comunque, a dio piacendo, anche questa notte è andata. Non ci sono stati problemi.
Per un attimo mi metto di nuovo alla tastiera del pc. Termino una frase, poi salvo e chiudo tutto. Riprenderò la prossima notte. Ho le dita così gonfie che fanno male. E anche i piedi. Ancora una lotta con gli occhi che non ne vogliono sapere di restare aperti. Quest’ultima battaglia è la più ardua, quella che impegna di più. È una tentazione cui è difficile opporsi, perché viene da dire che tanto, ormai, manca poco…
Sogno (e a dirla tutta non so neppure se sto già dormendo) il mio letto, un abbraccio caldo, il riposo. La quiete. Per me, e per la mia collega, e per tanti altri come noi, la notte è questo giorno che sta arrivando.







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