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Mar
25th

Luigia Sorrentino: la poesia che abita il corpo e la mente

Author: Webmaster Yourpage | Categoria Arte

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di Alessandro Moscè

 

Luigia Sorrentino è nata a Napoli e vive a Roma. La sua prima raccolta di poesie si intitola C’è un padre (Manni, Lecce 2003), alla quale è seguita la plaquette La cattedrale (Il Ragazzo Innocuo, Milano 2008) e alcuni testi comparsi su “Almanacco dello Specchio 2008” (Mondadori, Milano). E’ giornalista a Rai News 24. Attrice della Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman, ha preso parte a diversi spettacoli di prosa, a film per la televisione e a cortometraggi.

Già con l’inaugurale raccolta poetica pubblicata da Manni nel 2003 (C’è un padre), Luigia Sorrentino aveva dimostrato immediatamente la varietà dei temi e delle linee portanti di una poetica sospesa tra affetti familiari soffusi e ritorni a “discussioni mute”, a rovelli e abbandoni, con gesti affermativi e negazioni subitanee. Ruggero Cappuccio, nella postfazione a C’è un padre, scrisse: “E’ certo che la fisicità tagliente delle terre, delle arie, dei liquidi fuocosi, dove la Sorrentino ha trascorso la sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza, devono averle insegnato che lì il paesaggio e lo sfondo sono tutt’uno con gli uomini…”. Luigia Sorrentino scrive una poesia tesa, con una propensione a creare metafore e una difesa dall’assedio del tempo che stringe. Ma è soprattutto l’amore a scompaginare i piani e ad essere salvaguardato frugando nelle pieghe dell’anima contemporanea. Come da Ogni cosa del fiume (testi pubblicati nell’“Almanacco dello Specchio 2008” di Mondadori), il fiume, o un altro oggetto qualsiasi, risulta un pretesto, un mezzo per sentire “l’asse del cuore”, per riconsegnare un suono interiore che vibra e “abita” il proprio corpo e la propria mente. Un connubio, “corpo-mente”, che si può leggere in versi come schegge, come propulsioni incontrollabili (“ho raccolto il tuo corpo tra le braccia / dove sei stato? / hai avuto diversi anni / la strada, l’esilio, / la casa temuta / verso la luna dei vent’anni”). Luigia Sorrentino si rivolge ad un tu, ad una persona che riempie la propria identità, il proprio incedere, “il dolore che ha attaccato il mondo”. E negli interrogativi che si dipanano, l’amore si rigenera tra dubbi e attese, tra immagini rapsodiche e una sintassi che non tende all’esplicito, ma a rivelare messaggi subliminali. Una pluralità di situazioni si innerva sul terreno del dialogo sottinteso anche con se stessi (“Il cuore pompa e rigetta / nella mano il battito si espande / la corrente spinta / sopra la cavità naturale della bocca / la costola a occhi chiusi / tra la stanza e la musica”). La domanda capitale è riconfermata anche nella plaquette La cattedrale edita da Il Ragazzo Innocuo (Milano 2008). Una domanda esistenziale con al centro la donna che cerca una sponda, una circolarità dell’io che si confronta, che con naturalezza e disinvoltura immagina e lievita il passato, come potesse tornare ad affacciarsi da un angolo nascosto ma ancora illuminato (“intorno a questo altrove / fin dall’infanzia / occhi di grandi in ogni fondo / entrano in qualcosa di ignoto / verso il loro dentro denso”). O ancora: “poi vedi la luce fondere il volto / e il volto scostarsi dalla luce / e vedi la luce cadere / sul mosaico dorato”. Poesia al femminile, ma non solo. Poesia della coerenza, poesia esistenziale, mai artefatta o preda di solipsismi e autorefenzialità. Luigia Sorrentino raccoglie un’eredità novecentesca che rende eterno un mondo, che illustra le sfumature delle cose, il correlativo oggettivo tra interno ed esterno, il paragone tra un’individualità e un’amplificazione onnicomprensive. Il suo opus non è irrelato, ma allacciato ad un bene supremo, ad una demistificazione dell’horror vacui. La poesia è un primigenio impulso, una comunicazione straniante e allo stesso tempo ritrovante (gli ossimori appartengono a Luigia Sorrentino). Le metafore e gli accostamenti sono la migliore qualità espressa dalla poetessa romana: “come un male sdraiato / nelle pieghe del mondo / sogno di uscire con il giorno / e di incontrare quei semplici / quando eravamo / quel vento che non riesco a pronunciare”. Un vento che soffia lontano, che attraversa tempi e spazi, quell’“animale umano”, quel desiderio di rivitalizzare istanti che precipitano nel dimenticatoio. Ma un padre, il Padre, accoglie l’amore senza indugio, senza lesinare una reciprocità (“ma quando ti inginocchi e preghi / anche tu preghi il padre tuo / a lui che ascolta, chiedi / se muore lui, sei tu che muori / dio delle strade e dei crocevia // da quelle braccia siamo caduti / a quelle braccia siamo ritornati”. E’ sempre il tu senza nome ad erompere nella scena. Il tu profetico che permette di entrare nella dimensione confessionale, autentica. Un tu che come un prisma ha più facce e che non scompare, trasposto in virtù di un cerimoniale d’incontro. Tutto il problema della vita è rompere la propria solitudine, il comunicare con gli altri, diceva Cesare Pavese. La poesia di Luigia Sorrentino va in questa direzione.

 

Recensione uscita il 31 gennaio 2009 su “L’Azione”, Periodico di Arte e Letteratura, pag. 15 in: “Prospettiva”, a cura di Alessandro Moscè

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