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Apr
30th

“Fotoreporter di me stesso”

Author: Webmaster Yourpage | Categoria Blog Personale

madredi Pietro Orsatti su Terra (della domenica)

foto di Marco D’Antonio

Marco fa il fotografo. Cronaca, guerra, polvere e fatica. Mezzo mondo attaccato alle suole delle scarpe. Marco sorride, si muove piano, guarda e scatta, con pazienza. Ha un modo di raccontare dilatato, attraverso il grandangolo, ma nella dilatazione appare il dettaglio, la piega, lo stupore. Lo stupore di chi scatta, non quello di chi la guarderà, poi, quell’immagine. Gli piace forzare l’inquadratura, teatralizzarla. E il teatro è molto più complesso di un solo fotogramma ben studiato, disegnato, fermato: le foto di Marco non solo immagini, appunto, ma racconto. Poche parole, burbero quanto basta, paziente quanto serve. Marco fa il fotografo, e gli basta. Non è uno “che se la tira”, anche se potrebbe. Se non avesse quella macchina fotografica probabilmente non lo si riconoscerebbe: è un ragazzo qualunque, con una buffa barba e un sorriso mite che non sai se sia di orgoglio o di timidezza. E si sa, la timidezza, alla fine ti rende attento, ti fa ascoltare. E Marco ascolta: l’aria, la gente, il vento.
Marco è di parte, partigiano: si schiera. Si mette dall’altra parte dell’obiettivo e, raccontando gli altri, racconta il suo sguardo. «Non c’è una buona via di uscita da questo lavoro», raccontava qualche anno fa Ryszard Kapuscinski di passaggio a Roma poco prima della scomparsa. «Ogni scelta che fai avrà una conseguenza - raccontava con passione, e dolore, il giornalista e scrittore polacco -. Un fotoreporter si trova molto spesso davanti a situazioni drammatiche. Per fare un buono scatto, per informare, per documentare, bisogna fare delle scelte. C’è un’immagine che ha fatto il giro di tutti i giornali del mondo: l’ha fotografata un mio amico in Sudan: si è trovato davanti a un bambino che stava agonizzando, morendo di fame, sdraiato a terra, e alcuni avvoltoi pensandolo già morto lo stavano beccando. Lui si è trovato davanti due scelte. Intervenire e allontanare gli avvoltoi e tardare di qualche minuto la fine del bambino o fare quello scatto. Non esiste una buona via di uscita da una situazione del genere. Non esiste una scelta buona. A volte dobbiamo prendere delle decisioni in un attimo». E Marco lo sa che è così. E se forse lo intuiva fino alla 3 e 32 del 6 aprile, ora ne ha piena coscienza. Perché da quella notte Marco fotografa se stesso.
scalaPerché Marco è nato a L’Aquila, ci vive, è cresciuto qui, qui torna da ogni viaggio. Nella notte del 6 aprile si è precipitato a casa dei genitori con la sua compagna, poi ha recuperato la nonna ottantenne nel centro storico ma già tenendo in una mano la macchina fotografica e, appena è riuscito a mettere in sicurezza i suoi parenti, si è rassicurato, ha iniziato a lavorare. Giorno dopo giorno. Scatto dopo scatto. Migliaia di immagini che non gli frutteranno neanche un euro. Perché lui e molti altri fotografi della zona hanno deciso di aprire un conto corrente destinato agli aiuti e interventi sul posto dove versare tutti i proventi delle immagini piazzate. «Questa città mi ha visto crescere e le devo molto. In qualche modo devo ripagare questo debito», e il sorriso è disarmante.
«È una sensazione strana, terribile - racconta - trovarsi a documentare un luogo tuo travolto da una tragedia. Io di tragedie, disastri, guerre ne ho viste ma ero impreparato a tutto questo. In qualche modo, lavorare dietro un obiettivo ti protegge. È quasi terapeutico». Sarà anche terapeutico ma a sera, dopo aver documentato la tragedia del terremoto, Marco rientra a quella che chiama casa, e ogni volta che la chiama così poi ride: una tenda. Ed è fortunato, perché la sua famiglia è riuscita a raccogliersi e a organizzarsi tutta insieme, autonomamente, sul prato di un amico, così non è rientrata nel circo disumanizzante di una tendopoli anonima. «Almeno siamo tutti lì». E non è poco. «Io sono un superstite, non uno sfollato. Ci sono amici che non ci sono più, amici che sono morti sotto le case. E poi la casa dei miei danneggiata, talmente tanto che è stata dichiarata inagibile e avevamo finito di pagare il mutuo solo due anni fa. Io, con la vita che faccio, finora una casa mia non sono mai riuscito ad averla. Si vede che ora me la dovrò fare ’sta casa».
Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta ci eravamo un appuntamento vicino a piazza D’Armi. Non ci interessava la tendopoli, che c’è ed è immensa, ma il sito dove stavano smaltendo e distruggendo le macerie in tutta fretta. È, sceso dalla macchina, ha salutato velocemente e poi ha attraversato la strada per scattare. Subito. Rapito dalla necessità di raccontare. Capiva che c’era una notizia. D’istinto. Del buon istinto di consumatore di scarpe e chilometri. E poi via, prima verso Onna, e poi Civita di Bagno e Fossa e ancora Villa S. Angelo. Ogni scatto una parola, dopo. Parla piano e poco quando lavora, ma si muove veloce. Mica ha bisogno di correre. Marco lavora in gruppo con i colleghi, come farebbe in Cecenia, in Palestina, in Sudan. Piccolo insieme di cronisti, fotoreporter, operatori: collettivo solidale, di mutuo soccorso. In ogni luogo di crisi è sempre così: cala la tensione della concorrenza e scatta il meccanismo dell’amicizia, della solidarietà fra simili. L’affinità. Ma a sera, ora, quando la tensione cala, lui torna alla sua tenda, al suo piccolo campo a conduzione familiare. E ha il tempo di pensare. Lunghe ore di attesa.
padre«Qualche giorno fa ho accompagnato i miei genitori a casa a prendere un po’ di cose - racconta - e mi sono trovato a scattare immagini come sempre. Solo che questa volta stavo raccontando la tragedia, lo spavento, il dolore mio, della mia famiglia. La sensazione è stata devastante». L’immagine di sua madre in lacrime, nel corridoio dell’appartamento lesionato, inabitabile, il casco fornito dai vigili, racconta tutto lo stupore del figlio e del fotografo. Dell’occhio e dell’affetto. La casa, quello che ne resta, è quasi sfocata, mossa. Al centro la figura della madre, nitida. È cronaca e affetto contemporaneamente quel fotogramma. È anzi qualcosa di più. Testimonianza.
Marco è un testimone, e un sopravvissuto. È contemporaneamente occhio esterno e centro. Una dualità che rende queste settimane ancora più difficili, ma che rende ancora più straordinario il suo lavoro, ora. Il terremoto attraverso i suoi occhi assume una nitidezza che solo una persona che è parte, carne e sangue, di un evento può dare.

Marco D'Antonio (foto di P. Orsatti)

Marco D'Antonio (foto di P. Orsatti)

«Mi ricordo perfettamente le persone, i loro volti, non tanto quello che dicevano», amava ripetere Kapuscinski ricordando cinquant’anni di carriera di inviato. Per Marco D’Antonio è la stessa cosa. Sono i volti, le persone, il movimento fermato in un’istantanea che diventano il reale, il racconto. «Viviamo nell’epoca delle sfumature, dei confini indistinti fra diversi generi letterari e sempre più spesso ci imbattiamo in libri che è difficile definire, e tante pagine sono intrise di poesia». Quel taglio distorto dal grandangolo, quell’uso delle quinte che Marco ama utilizzare per creare profondità al dettaglio, casomai sbieco, che appare quasi fuori inquadratura sullo sfondo, nelle sue foto di queste settimane assumono un valore ancora maggiore. Sono un esorcismo contro il dolore.

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Tag: amici, Blog Personale

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