Yourpage Yourpage e' un aggregatore di notizie provenienti dai blogs e siti iscritti. Il nostro importatore di feed si aggiorna automaticamente ogni ora in modo tale che le vostre news vengano pubblicate quasi in tempo reale. Per segnalare il vostro sito basta cliccare il menu SEGNALA IL TUO SITO e riempire il form. Dopo verifica verranno attivati i feed del vostro sito automaticamente.

BLOGS E SITI ISCRITTI: 650 - LEGGI IL REGOLAMENTO

Mag
11th

I racconti dell’età del jazz 4 / a casa di Louis

Author: Webmaster Yourpage | Categoria Arte

di Sergio Pasquandrea

LouisArmstrongCome al solito: le cose più importanti si fanno sempre all’ultimo momento.
In due mesi a New York avevo visitato tutto il visitabile, dall’Empire State Building a Ground Zero, dal Metropolitan al Guggenheim (il MoMA no, perché era chiuso e in riallestimento), dalla Statua della Libertà a Central Park, per non parlare dei miei pellegrinaggi notturni nei templi del jazz e delle mie quotidiane flâneries in giro per Brooklyn o per il Greenwich Village o per i dintorni di Washington Square. Eppure mi mancava una delle cose che mi interessavano di più: la casa di Louis Armstrong.
Mi decisi proprio il giorno prima di partire.
La giornata non era delle migliori, anzi a dirla tutta era uno dei giorni più brutti da quando ero a New York. Era l’inizio di novembre e nei giorni precedenti aveva soffiato un vento gelido: di colpo l’autunno si era trasformato in un inizio di inverno, e ora al freddo si era aggiunta una pioggerella molesta, sottile, appiccicosa. Tutta Manhattan era immersa in un’umidità deprimente e il cielo era color fango.

La casa si trova a Corona, nel Queens. Nel 1986 è stata inserita tra i luoghi storici di New Yok e quando la visitai io, nel 2004, erano finiti da poco i lavori nell’ala attigua, dove era stato allestito un piccolo museo.
Per arrivarci si prende una delle mie linee di metropolitana preferite, la numero 7.
(Apro un inciso per confessare la mia passione per la metropolitana di New York. È sporca, fatiscente, ci piove dentro, è piena di topi, affollata, afosa d’estate e fredda d’inverno, puzza di fumo e di olio lubrificante, e il suo complicato funzionamento continuò sempre a sfuggirmi, facendomi arrivare spesso agli appuntamenti con ritardi ben oltre l’increscioso; però, se New York è un microcosmo, il subway è il suo aleph, il punto d’osservazione privilegiato per vedersi sfilare davanti tutto l’inesauribile campionario umano che la abita).
La linea numero 7 parte da Times Square, nel cuore della Manhattan più opulenta e modaiola, e fa capolinea a Flushing, nel bel mezzo del Queens, in una zona popolata da cinesi e coreani. Comincia sottoterra, passa sotto l’East River ed emerge nella stazione di Queensboro Plaza, trasformandosi in una ferrovia sopraelevata. Di qui in poi corre quasi sempre a qualche metro da terra, a volte proprio in mezzo a due file di case, all’altezza delle finestre. Man mano che ci si allontana da Manhattan, agli uomini d’affari in giacca e cravatta si sostituisce un’umanità sempre più proletaria: donne di colore con la borsa della spesa, ragazzi latinoamericani che parlano in un misto di inglese e spagnolo, signore di mezza età che leggono riviste di gossip, uomini dai vestiti dimessi che leggono libri i cui titoli cominciano sempre con “How to…” (non potrò mai dimenticarmi un giovane ebreo con tanto di cappellone nero, caffetano, barba e cernecchi, immerso nella lettura di un libro che si intitolava “How To Make Your Spouse Happy”).
Per arrivare alla casa di Armstrong bisogna scendere alla fermata di 103St-Corona Plaza e fare dieci minuti di strada a piedi. È un quartiere di casette in legno, le classiche casette americane a un piano con intorno un pezzetto di giardino, ma l’aria non era delle migliori, anzi l’impressione generale era di una povertà piuttosto sciatta, probabilmente peggiorata dalla giornata grigia e dalla pioggia che aveva spopolato le strade.
Ci fermammo a chiedere indicazioni a dei messicani che lavoravano in un’officina. Non conoscevano la casa di Armstrong, ma uno di loro ci spiegò, in un inglese piuttosto approssimativo, come raggiungere l’indirizzo.

armstrongelucilleArmstrong andò ad abitare a Corona nel 1943. Era già una star internazionale, il musicista jazz più famoso e più pagato al mondo, eppure la sua casa è modesta, per nulla appariscente, una palazzina di due piani con muri di mattoni rossi aperti da grandi finestre.
All’epoca era sposato con Lucille, la sua quarta moglie (la prima era stata una ragazzina di nome Daisy Parker, un’ex prostituta sposata a New Orleans a soli diciassette anni, la seconda la pianista Lil Hardin, che a Chicago dirozzò i suoi modi da provinciale e lo aiutò a lanciare la sua carriera solistica, la terza una sua vecchia fiamma di nome Alpha; Lucille, che da giovane era stata una ballerina del famoso Cotton Club, l’aveva sposata nel 1942, e l’avrebbe avuta al suo fianco fino alla morte nel 1971).
Lucille si era occupata dell’arredamento, rivestendo con carte da parate liberty tutta la casa (e quando dico tutta, intendo proprio tutta, compresi i bagni, gli armadi e l’interno dei pensili della cucina). I mobili erano fatti su misura, con una serie di ingegnosi cassetti nascosti, armadi celati nei muri e altri trucchetti salva-spazio. Tutto era stato conservato com’era alla morte di Armstrong e manteneva ancora un design parecchio vintage, da cartolina anni Cinquanta. Pare che Lucille tenesse un ordine e una pulizia maniacali.
Nel soggiorno c’era ancora la poltrona preferita di Louis e si potevano ascoltare nastri di lui che chiacchierava con gli amici. Registrare era uno dei suoi tanti hobby; nell’archivio del museo sono conservate centinaia di bobine piene di conversazioni quotidiane, dei suoi esercizi alla tromba e della musica che amava ascoltare, perlopiù canzoni e musica leggera, ma anche arie liriche di cui era un grande appassionato. Armstrong catalogava accuratamente il contenuto di ogni bobina e ne decorava la custodia con fantasiosi collages di fotografie, cartoline e ritagli di giornale.
La guida era una donna dai tratti asiatici ma dall’accento inequivocabilmente newyorkese, che magnificava ogni dettaglio dell’arredamento con entusiasmo tutto americano. Insieme a noi c’erano due signore sessantenni, obese come d’ordinanza, che per tutta la visita non smisero di levare gridolini estatici di fronte a ogni tavolino, ogni quadro e ogni cristalliera.
La visita terminava in un piccolo museo con foto, cimeli e spartiti originali. Al centro della stanza, in una vetrina, era esposta la tromba placcata d’oro che gli era stata regalata nel 1933 da re Giorgio V d’Inghilterra. In realtà Armstrong l’aveva data a un amico musicista, Lyman Vunk, e nel 1995 la vedova di Vunk l’aveva donata al museo.

Quel decoro borghese, Armstrong se l’era sudato.
Era nato il 4 agosto 1901 a Back o’ Town, uno dei quartieri più poveri di New Orleans. La zona era talmente malfamata da essere nota come Battlefield, “campo di battaglia”. Il padre era andato via di casa subito dopo la nascita di Louis e di sua sorella Beatrice; la madre, Mayann, aveva cresciuto i due figli facendo un po’ tutti i mestieri, tra i quali (forse) anche la prostituta.
Nel 1956 Armstrong raccontò il mondo della sua infanzia nella seconda delle sue autobiografie, intitolata “My Life in New Orleans” (è stata tradotta in italiano qualche anno fa per Minimum Fax). La vita che vi è ritratta è quella del sottoproletariato nero: miseria, violenza, prostituzione, gioco d’azzardo, risse, sparatorie, alcolismo, delinquenza piccola e grande; ma è tale l’ironia, l’arguzia, l’intelligenza con cui Armstrong la narra, che anche gli episodi più atroci si trasformano in scene di uno spettacolo coloratissimo, esuberante.
Louis aveva cominciato a suonare la tromba per puro caso. Una notte di Capodanno, per fare colpo sugli amici, aveva rubato la pistola a uno degli amanti di sua madre (i suoi “stepfathers”, “patrigni”, come li chiamava lui) e si era messo a festeggiare sparando in aria. Un poliziotto l’aveva arrestato e spedito in riformatorio.
Gli anni al riformatorio furono, strano a dirsi, tra i più felici della sua vita. Lì imparò a suonare la tromba e, una volta tornato a casa, iniziò la sua carriera di musicista.
Lasciò New Orleans nel 1922 per seguire a Chicago il suo maestro e mentore King Oliver. Cinque o sei anni dopo cominciò a incidere i celeberrimi dischi con gli Hot Five e gli Hot Seven che sono tuttora annoverati tra le pietre miliari del jazz delle origini.

Il resto fa parte della storia: le incisioni orchestrali degli anni Trenta, gli All Stars con cui girò il mondo per trent’anni, i grandi successi pop (“Hello Dolly”, “C’est si bon”, “What A Wonderful Word”), le innumerevoli tournée, la fama planetaria. Armstrong è forse l’unico jazzista il cui nome, volto e voce sono immediatamente riconoscibili anche da chi non ha mai ascoltato una nota di jazz in vita sua.

Armstrong amava la vita semplice del Queens.
Lucille aveva comprato e arredato la casa senza che lui ne sapesse niente. È lo stesso Louis a raccontare che quando c’era stato per la prima volta aveva dovuto girare a lungo, perché né lui né il tassista avevano idea di dove fosse di preciso. Si tagliava i capelli in una bottega di barbiere due isolati più in là e quando tornava da una tournée trovava tutti i bambini del quartiere che lo salutavano e facevano a gara per portargli la tromba e le valigie. Spesso li invitava a prendere il gelato e a guardare film western alla televisione.
Eppure ci fu chi gli rimproverò di essersi trasformato in uno zio Tom, nella caricatura del negro mansueto e bonaccione che piace tanto ai bianchi. Lo si criticava quando suonava musica commerciale, quando faceva le boccacce e sgranava gli occhi per far ridere il pubblico. Gli rinfacciavano anche di avere un manager bianco, Joe Glaser, al quale per decenni si rivolse sempre con un rispettoso “Mister Glaser”.
Ma Armstrong dimostrò in più occasioni di essere tutt’altro che un clown. La più famosa fu nel 1957, dopo i famigerati episodi di razzismo di Little Rock, in Arkansas, dove il governatore Orville Faubus aveva mobilitato la Guardia Nazionale per impedire ad alcuni studenti di colore l’accesso a una scuola fino ad allora riservata ai bianchi. Armstrong annullò la sua tournée in Russia e rilasciò interviste di fuoco ai giornali. “Il presidente Eisenhower è un ipocrita e un vigliacco”, dichiarò. “Se questo è il modo in cui trattano la mia gente giù al Sud, allora il governo americano se ne può anche andare all’inferno”.
Per capire certi atteggiamenti di Armstrong (che comunque ci teneva davvero a far divertire il proprio pubblico, perché credeva che quello fosse il primo dovere di un entertainer, quale lui si reputava), bisogna considerare il fatto che nacque e crebbe in anni in cui i neri sedevano in posti separati dai bianchi in tutti i luoghi pubblici, frequentavano scuole separate e, nel caso si facessero passare qualche grillo per la testa, venivano linciati senza tanti complimenti (per avere un’idea, nei primi trent’anni del Novecento in America vi furono oltre duemila omicidi di afroamericani imputabili a moventi razziali, perlopiù rimasti impuniti).
Armstrong interpretò il ruolo che, all’epoca, lo show-business riservava a un afroamericano, ma seppe anche scardinare dall’interno certe logiche. Fu il primo artista di colore a sfondare le barriere razziali, a raggiungere un simile successo e una simile fama, ad arricchirsi con la propria musica.
Qualche anno prima di morire, nel 1966, rilasciò una lunga intervista al giornalista di “Life” Richard Meryman. C’è un brano che vale la pena di riportare per intero.
“Poco prima che partissi [per Chicago], il vecchio Slipper, il buttafuori del locale dove suonavo, venne da me e mi disse: ‘Mi piace proprio il modo in cui suoni quella quaglia (non sapeva che si chiamava cornetta) e adesso te ne vai al Nord’. Poi disse, ‘Tieniti sempre dietro un uomo bianco che metta la mano su di te e dica: questo è il mio negro’”.
Armstrong non dimenticò mai il consiglio. “Ai vecchi tempi”, dichiarava in un’altra intervista dell’anno dopo, “se non avevi un padrone bianco dietro di te, che ti mettesse la mano sulla spalla, eri solo un povero negro disgraziato… Se un negro aveva il bianco giusto, che andasse dalla legge e dicesse: ‘Perché diavolo avete messo in carcere il MIO negro?’, allora – com’è ovvio – la legge lo rimetteva a piede libero. Finisci in carcere senza il tuo capo bianco, ed eccoti subito ai lavori forzati!”.

Osservando la casa di Louis, il suo décor così pomposamente perbene, il bagno con le rifiniture in oro, il giardino giapponese costruito acquistando la proprietà adiacente, non potevo fare a meno di chiedermi che cosa provasse lui, lì dentro.
Rimpiangeva il bambino che quarant’anni prima correva scalzo per i vicoli di New Orleans, i brutti ceffi che suonavano quelle musiche meravigliose, i primi spinelli fumati con i colleghi (Armstrong fu sempre un grande appassionato di marijuana, sosteneva che era l’ideale per rilassarsi dopo i concerti), il riso con i fagioli rossi di sua mamma che descrisse sempre come la cosa più buona che avesse mai mangiato? Soffriva per le mensole spolverate, per i tappeti da non calpestare, per la cucina da tenere in ordine?
Chissà. Di certo, la sintesi più bella della sua vita la fece Duke Ellington: “Era nato povero, è morto ricco, e per arrivarci non ha mai fatto del male a nessuno”.

Vai alla Fonte

Tag: amici, Arte, Gossip

Articoli correlati

You must be logged in to post a comment.